
Quando sono diventata madre ho iniziato ad annaspare, indecorosamente, nel mare magnum dell’inesperienza. Dimessa dall'ospedale, con la creatura sprovvista del foglio di istruzioni, mi sono gettata a capofitto sui manuali, fra cui un classico del settore: Le madri non sbagliano mai di Giovanni Bollea. Dopo le prime pagine ho chiuso con un sussulto il libro assalita da un profondo senso di inadeguatezza. Successivamente, nel disperato tentativo di non cedere al panico, snebbiando il cervello ormai fuori servizio per le troppe ore sottratte al riposo e dedicate al ruolo di giovenca,
ho iniziato a interrogarmi su come riuscire a discernere fra comportamenti “autoritari” e “autorevoli”, la chiave di volta secondo i pedagogisti dell’intera educazione dei figli. Ma, subdolamente, un nuovo sentimento si era già impossessato di me: l’inquietudine materna, caratterizzata da una crescita costante, come insegna il vecchio adagio “figli piccoli problemi piccoli, figli grandi problemi grandi” che le nonne, con una punta di perfidia, amano ripetere nelle situazioni di maggior vertigine. Tali momenti li affronto da quando mi sveglio e, archiviati i pensieri profondi su come agevolare un sano sviluppo fisico e psichico della prole, inizio a correre: casa, scuola media, scuola elementare, asilo, ufficio, supermercato e ancora casa (dopo essermi ricordata di riprendere i pargoli). Poi arriva il pomeriggio, quello spazio temporale durante il quale offro il peggio di me, ormai in pieno stato confusionale. Dalle quindici alle diciannove di sera deraglio dai binari del buonsenso, sui quali viaggiavano imperturbabili le sagge ave, alle quali la società richiedeva di essere semplicemente madri. Perché sono caduta nella trappola del dover diventare una madre perfetta? Non ho, tuttavia, il tempo per soffermarmi sul quesito poiché ho una missione da portare a termine: impegnare con il massimo profitto quelle quattro ore pomeridiane. Quindi agghindo i bambini ed esco, ma non diretta al parco dove potrebbero giocare e sporcarsi liberamente. No! Avendo a cuore il loro futuro, li traghetto al corso di inglese e dopo, sempre senza il loro consenso, al corso di chitarra o cornamusa, canto o recitazione: sono frequentati dai figli delle mie amiche-madri perfette, perché i miei cuccioli dovrebbero restare indietro, percependosi diversi? Perché non dovrebbero sciare anche loro nella tormenta di neve con lo sci-club più competitivo, perché non dovrebbero trascorrere l'estate nel college più lontano ed esclusivo? Se, poi, all’inopportuna domanda di qualcuna: “Cosa fa tuo figlio?” si intercetta la risposta: “Fa il bambino... gioca!”, una nuova forma di ansia mi assale, quella di aver sbagliato tutto, travolta dal dilagante conformismo all’iper attività under14. Allora tiro fuori dall’armadio le scatole di Lego, rispolvero la Barbie (quella più sostenibile, di ultima generazione, con meno seno e più sedere per non scatenare le crisi bulimico-anoressiche) e, mettendomi carponi sul pavimento, inizio a giocare con i miei figli, finalmente serena in quanto, forse, sto facendo la cosa giusta. Mi sento, comunque, irrimediabilmente in difetto perché in quel momento potrei essere in studio a scrivere l’atto giudiziario in scadenza e, invece, sto pettinando le bambole e costruendo un improbabile sommergibile di mattoncini rossi e gialli. Infine declina il giorno e, mentre scolo la pasta con lo stesso sugo per tutti scontentandone sempre due su tre, mi sorprendo a riflettere che, nonostante la triplice maternità, resterò sempre una madre imperfetta!
Ilaria Caprioglio
Ilaria Caprioglio, mamma di Jacopo, Edoardo e Vittoria, intransigenti datori di lavoro, nei momenti liberi è avvocato, modella spudoratamente plus agée e scrittrice. È autrice del saggio Senza limiti. Generazioni in fuga dal tempo (Sironi Editore), nel quale analizza il fenomeno dell'uniformità generazionale. È vice-presidente dell'associazione “Mi nutro di vita”, impegnata nella lotta ai disturbi del comportamento alimentare, e ideatrice del 15 marzo-Giornata Nazionale del Fiocchetto Lilla. Promuove nelle scuole italiane progetti di sensibilizzazione sugli effetti della pressione mediatica.
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